Inserito da: pbronzi | Luglio 3, 2009

I consumi delle città prosciugano il mondo

Misurata l’impronta ecologica, a ogni italiano servono 4,15 ettari per produrre le risorse e assorbire i rifiuti

Operazione sorpasso riuscita: più della metà degli abitanti della Terra (6 miliardi e 800 milioni) oggi risiede nelle aree urbanizzate del pianeta. Addio campagna, questa potrebbe essere una strada senza ritorno: il numero dei cittadini (il 10% un secolo fa) crescerà ancora nei prossimi decenni. Un fenomeno epocale, secondo la Population Division delle Nazioni Unite, che significa una cosa sola: il pianeta Terra rischia di finire in riserva in termini di sostenibilità ambientale e di consumi energetici.

A espandersi in maniera tumultuosa sono le cosiddette megalopoli, aree metropolitane con più di 10 milioni di abitanti. Attualmente sono venti: popolazione complessiva, 300 milioni. Cento anni fa la città più grande al mondo era Londra con 6,5 milioni di abitanti. Oggi la capitale inglese non compare nemmeno nelle top 20. In cima alla classifica c’è Tokio, con quasi 36 milioni: un secolo fa non raggiungeva il milione e mezzo. A quell’epoca le città con più di un milione di residenti erano una ventina; negli anni 60 erano diventate 65; nel 2000 avevano superato quota 500. La Cina ne conta una marea: 23 e undici di esse stanno sopra i due milioni.

Appare del tutto evidente che il sorpasso città-campagna e la tumultuosa crescita delle megalopoli siano da considerare fonte di enormi problemi ambientali e sociali: le aree urbanizzate occupano soltanto il 2% della superficie terrestre ma consumano tre quarti delle risorse complessive del pianeta ed evacuano immense quantità di gas inquinanti, rifiuti, liquami tossici. Stiamo parlando dell’ impronta ecologica, complesso indice statistico che misura appunto la porzione di territorio necessaria a produrre le risorse utilizzate e ad assorbire i rifiuti. Più è alto il valore più il livello di sostenibilità diventa problematico. Grossomodo, un americano ha bisogno di 9,6 ettari di terra (96 mila metri quadrati) per ammortizzare ciò che consuma in un anno; un contadino cinese “solo” 1,6 (ma un cittadino di Shanghai è già a 7); un italiano 4,15. Se dividiamo il numero della popolazione per la superficie di territorio realmente disponibile, scopriamo che l’americano è messo male e l’italiano non sta molto meglio: al primo manca una quota di territorio di 4,8 ettari, al secondo di 3,14. E’ quello che viene chiamato “deficit ecologico”

La via d’uscita, quindi, appare una sola: puntare a un nuovo stile di vita cittadino, avviando economie di scala nella produzione di energia e privilegiando l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili, riducendo drasticamente il traffico privato per una mobilità veramente sostenibile, distribuendo in maniera strategica poli ospedalieri e servizi amministrativi sfruttando appieno le possibilità offerte dalla Rete, accorciando la filiera economica e produttiva, pensando diversamente le città attraverso una diversa concezione degli edifici che la compongono, riducendo gli sprechi grazie ad una costante sobrietà, riciclando i rifiuti, riducendo drasticamente le emissioni di Co2 e altri veleni.

Costruire “ecocittà”, più che un’affascinante scommessa, è una vera necessità, una sfida che non va rimandata.

La città si salverà solo se saprà bastare a se stessa scegliendo la collaborazione e la solidarietà al posto della competizione.

Fonte Corriere Della Sera del 17 Giugno 2009


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