Autore: Andrea Dusio - http://www.milanoweb.com
Un partito in profonda crisi d’identità non può far tacere le voci “nuove”, anche se dell’Antipolitica
In una fase di cambiamento radicale dell’idea stessa di ‘politica’ e di ‘rappresentanza’, suscita indubbiamente forte sorpresa il fatto che, con un “banale” escamotage, il ‘PD’ abbia impedito a Beppe Grillo di candidarsi per la carica di ‘segretario’ del partito.
Da un lato occorre prendere atto, serenamente, che il presunto “steccato” tra la politica e l’antipolitica è in realtà una sorta di barriera semovente. Nel senso che le pulsioni provenienti dalla società civile, e non solo in Italia, vengono canalizzate verso la spinta a sentimenti di scetticismo o addirittura aperta ostilità rispetto alla “politica politicante” dei partiti tradizionali, o di ciò che è “rimasto” di essi.
Questi malumori, questa frustrazione per la constatazione obiettiva che il ‘palazzo’ alimenta le proprie prebende, funzionali al mantenimento di quelle ‘clientele’ e ‘reti’ che sono in ultima analisi lo zoccolo su cui continua a reggere l’idea di un ‘potere’ che non sia vincolato rigidamente alle ‘oligarchie’ economico-finanziarie, finiscono immancabilmente per incarnarsi nella figura di un ‘homo novus’.
Questi, forte di un ‘consenso’ costruito “dal basso”, e dunque legittimato dal popolo, cerca quel “riconoscimento politico”, che in fondo si è sempre risolto sino a oggi in un “invito a palazzo”, a diventare cioè ‘partecipe’ delle stesse logiche che, sino a poco tempo prima, osteggiava apertamente.
Non crediamo di essere, in questa nostra ‘disanima’, troppo “disincantati” o cinici.
La stessa “anomalia” costituita da Berlusconi, è iscritta nel problema paradossale di un uomo all’apparenza straordinariamente ‘potente’, ma di fatto tuttora, e per ragioni opportunamente “fondate”, ritenuto “impresentabile” all’establishment.
Il ‘Cavaliere’ dunque governa con il consenso popolare dal 1994 questo Paese, senza, però, che la classe politica lo abbia, mai, accettato, a pieno ‘titolo’, come “uno dei suoi”. Altre due figure in qualche modo simili a Berlusconi, Di Pietro e Bossi, sono stati prima guardati come “uninvited guests” al banchetto della politica, per, poi, essere, ma solo dopo la ‘prova’ della propria “innocuità”, normalizzati dalla vita parlamentare. Ben lungi dall’aver “attuato” anche la ben minima parte dei propri programmi politici, di fatto appartengono all’ampio novero di coloro che ‘dentro’ e ‘fuori’ dal palazzo cambiano come il giorno e la notte, e non mantengono (e forse in questo gli “altri” li riconoscono “simili”) le promesse fattte agli elettori.
L’Italia è dunque, di fatto, una nazione governata, da tempo, dall’antipolitica.
Che però resta “tale” proprio perché non è capace di trasformarsi in una ‘nuova’ politica, e scende, anzi, continuamente “a patti” con la ‘vecchia’, pur ostentando un cambiamento nel modus operandi che resta solo nelle “parole”.
Partendo da queste osservazioni, ci sentiamo di poter dire che Grillo è pienamente legittimato, come cittadino, come opinion maker, e come portatore di un saper fare che non ha la ‘technicallity’ del politico “professionista”, ma che si alimenta di nuovi ‘know how’ sul fronte della “costruzione del consenso”, a voler entrare nel mondo della politica italiana dalla porta maestra di un grande partito nazionale.
Il fatto che il ‘PD’ non abbia ritenuto, allo stesso modo, di normalizzare la candidatura-Grillo, maciullandola magari poi nell’ingranaggio “perverso” della ‘meccanica’ congressuale e delle primarie (candidatura peraltro a una poltrona, quella di ‘segretario’, che si configura più che altro come un ruolo in cui serve quella che, parafrasando Ceronetti, potremmo chiamare “la pazienza dell’arrostito”), ci pare in tal senso il più sensibile ‘segnale’ di una gravissima crisi d’identità del partito diretto da Franceschini.
Il gruppo dirigente ha evidentemente paura di restare ‘travolto’ da un personaggio che si presenta, forte di una base di sostenitori che hanno nella rete Internet il proprio luogo di confronto, come poco malleabile e forse anche non del tutto “allineato” ai valori “storici” del partito.
Da parte nostra, non abbiamo, d’altronde, nessuna difficoltà a riconoscere che lo stesso fatto di “dire” che Grillo è “di sinistra” si presta a molte ‘obiezioni’ fondate. Ma la stessa cosa, anche se in altri termini, si potrebbe affermare di Di Pietro e, per versi ancora differenti, di Rosy Bindi e dello stesso Francheschini, se è vero che tanto il primo quanto la seconda non sono ‘iscrivibili’ oggi a quel mondo “laicista” da cui trae origine in Italia la ‘vita’ stessa della ‘sinistra’, come contrapposizione, fin dall’origine della storia repubblicana, ai partiti “centristi” d’ispirazione confessionale.
Quel che è evidente di Grillo, unitamente alla ‘cifra’ populista di alcune tra le sue prese di posizione più demagogiche, è il “portato” di novità legato alla capacità di ‘comunicare’ in maniera diretta, sfruttando tanto la cassa di risonanza tradizionale dei ‘comizi’ (trasformati però in occasioni di puro entertainment) quanto i nuovi ‘media’ informatici. In ciò superando a sinistra, tutti i partiti “tradizionali”, a partire proprio dal ‘PD’. Da questo punto di vista, il web appare come uno strumento di comunicazione “autentica”, e non un mero strumento di organizzazione del consenso. Perché su di esso la vettorialità della comunicazione non è più univocamente alto-basso e centro-periferia, ma assume una bidirezionalità compiuta, sia per quel che concerne la “costruzione” dell’informazione sia per ciò che riguarda il “formarsi” delle opinioni e il confronto dialettico.
Grillo in questo senso è sicuramente il candidato più “democratico” che il ‘PD’ possa avere, a prescindere da ogni altra valutazione. E se dunque, come riportano le notizie delle ultime ore, ha deciso di “prendere la tessera” e punta a raccogliere 2000 firme per poter concorrere alla segreteria, sarà solo l’elettorato del ‘PD’ a poter giudicare in merito alla legittimità della sua candidatura.
Val la pena comunque di ricordare che quello di Franceschini non è un nome espresso dalla ‘base’, così come sarebbe il caso di domandarsi qual è il posizionamento di un partito che, al di là dell’anti-berlusconismo vestito come una “casacca d’ordinanza”, non ha sciolto nessuna delle ‘contraddizioni’ drammatiche che hanno portato alla clamorosa (per le dimensioni) sconfitta elettorale del 2008.
In Grillo vediamo un personaggio in grado di farle finalmente esplodere, queste contraddizioni, a partire dalla difficile convivenza tra ‘cattolici’ e ‘laici’, e dunque dalla saldatura, opinabile, tra ‘Margherita’ e ‘DS’.
Sarà forse il comico a farci capire se la sinistra italiana oggi è rappresentata solo dai resti dell’Ulivo, dunque da niente di più di una coalizione elettorale, o da un partito “autentico”, capace di emanciparsi della propria storia, e dunque dai retaggi e anacronismi legati soprattutto dalla preminenza di un gruppo dirigente sempre più diviso in ‘correnti’, eppure pronto a ricompattarsi allorché si paventa il “rischio” di misurarsi con una voce “nuova”.
Ci sia permessa infine un’ultima osservazione. Non sappiamo se, come scrive qualcuno, Grillo, con l’azione centrifuga che potrebbe andare a determinare nel corpus misticum del ‘PD’, e dunque dimostrando che il collante ideologico che tiene assieme il centrosinistra non esiste più, faccia il “gioco” di Di Pietro. E nemmeno se quest’ultimo ambisce a lanciare un’Opa sul ‘PD’, come titolano i quotidiani “vicini” (anzi organici) al ‘Pdl’.
Ricordiamo però che in un pomeriggio del 2002 incontrammo in uno scalcinato bar milanese di zona Fiera (in via Filippo Carcano, per la precisione) Pier Luigi Bersani, intento in una conversazione con un sostenitore del ‘Pds’.
Si chiedeva Bersani come mai Berlusconi non passasse la giornata nelle sue ville in Sardegna con belle ragazze, invece di occuparsi di politica. Sono passati 7 anni da allora: il ‘premier’ sembra (dal gossip diffuso a livello “mondiale) aver seguito “alla lettera” il consiglio del suo avversario, eppure è ancora ‘in sella’.
Forse invece Bersani dovrebbe domandarsi come mai lui e gli altri “professionisti” della politica non siano riusciti a battere ancora, in maniera ‘definitiva’, un “dilettante”, perlopiù in altre faccende affaccendato.
Il “vecchio” gruppo dirigente dei ‘DS’ è corresponsabile del disastro economico e dello sfascio istituzionale del nostro Paese, che si è trovato a governare per ben 2 volte nell’ultimo decennio, senza porre in essere alcuna delle riforme strutturali necessarie al ‘sistema-Italia’. E forse è ‘bene’ che adesso si faccia definitivamente “da parte”, lasciando il ‘posto’ a Grillo o a chi per lui.





